Il ruolo di Ama

La capacità industriale di Ama, cioè la quantità di rifiuti che ha la capacità di recuperare, trattare e smaltire, è ufficialmente di circa il 20%, ma dopo il rogo del TMB di via Salaria è diventata ancora inferiore: perciò la società capitolina utilizza per l’80% impianti di terzi. Questo è un grave problema sia dal punto di vista economico (avendo pochi impianti di proprietà i costi crescono moltissimo), sia per la pulizia della città, perché servirsi di impianti di terzi dislocati in tutta Italia rende il sistema fragile, e lo dimostrano le criticità che sorgono puntualmente a Roma.
Uno dei passaggi chiave per risolvere il problema dei rifiuti è la stesura di un nuovo piano industriale di Ama, con cui la società capitolina si doti di un’impiantistica di proprietà capace di chiudere il ciclo dei rifiuti. È necessario un salto di qualità, soprattutto a livello industriale, affinché Ama cessi di occuparsi solo della parte onerosa (spazzamento e raccolta) e gestisca appieno anche quella redditizia (trattamento e smaltimento), che ora è in gran parte lasciata a terzi.
L’Ama, ad oggi, è dotata di 5 impianti di proprietà:

  • un impianto di compostaggio per le frazioni organiche, Maccarese (30mila t/anno, 2004);
  • due impianti di valorizzazione della raccolta differenziata, Rocca Cencia (2004) e Laurentina (2005);
  • due impianti di trattamento meccanico biologico (TMB) per l’indifferenziato, Rocca Cencia (230mila t/anno, 2006) e Salario (230mila t/anno, 2008).

Gli impianti utilizzati da Ama sono stati realizzati per la maggior parte fra il 2002 e il 2008: poi non sono stati più effettuati investimenti, e gli interventi si sono limitati unicamente alle manutenzioni straordinarie.
Per spiegare meglio questo deficit impiantistico basti pensare che nel 2017 il 94% dell’organico, il 25% del Cdr da termovalorizzare e il 100% dei residui di lavorazione destinati a discarica è stato spedito fuori regione, mentre il 91% del multimateriale è stato inviato a impianti di terzi nel territorio della regione Lazio, rinunciando così ai ricavi da valorizzazione.

I COSTI DELL’IMMOBILISMO
Il 1° ottobre del 2013, quando venne chiusa (giustamente) la discarica di Malagrotta, come Radicali denunciammo immediatamente che da quel momento in poi i romani avrebbero pagato costi elevatissimi poiché chi aveva governato Roma non aveva saputo (né voluto) costruire un ciclo virtuoso dei rifiuti, affidandosi quasi esclusivamente alla “grande buca”.
Oggi questo immobilismo pesa moltissimo sulle tasche dei cittadini: come riportato da alcuni organi d’informazione, AMA ha speso dal 2013 al 2017 una cifra pari a circa 700 milioni di euro in extra costi proprio per il recupero, il trattamento e lo smaltimento dei rifiuti in impianti non di proprietà. Oggi al danno economico si aggiunge il disagio di dover vivere in una città più sporca, senza che sia stato fatto alcun investimento per potenziare un sistema fragile e sovraccarico, che vive continue difficoltà con conseguenze drammatiche che sono sotto gli occhi di tutti.
Come sosteniamo da anni, il ciclo dei rifiuti di Roma non potrà essere virtuoso, e Ama non potrà essere economicamente sostenibile, finché l’autonomia Industriale dell’azienda (cioè la capacità di chiusura del ciclo dei rifiuti) resterà al 20%: sono necessari impianti di proprietà sia per abbattere i costi, sia per migliorare la qualità del servizio.